IO TI SALVERO’ di Saverio Fanigliulo
pubblicata da Saverio Fanigliulo il giorno lunedì 16 gennaio 2012 alle ore 23.04
E’ molto difficile dover prendere atto che tutti i tentativi fatti quest’anno per modificare il comportamento ostile di Cristian nei confronti della scuola si sono rivelati improduttivi.
Viene a scuola senza nessun materiale didattico, sporco e impregnato di fumo! Ne combina di tutti i colori, né i genitori riescono a tenergli testa. Viene a scuola talvolta con il motorino, senza patentino, senza casco, a velocità sostenuta. E’ ancora in prima media perché pluribocciato, ed è insieme a tanti ragazzi piccoli che, pur in condizioni così critiche, gli sorridono, gli offrono la colazione, lo sostengono e lo aiutano.
Ma oggi ha commesso un atto di una gravità estrema, che non si può sottacere, si è improvvisato elettricista e ha messo mano agli impianti elettrici rischiando di farsi male sul serio e di rimanere fulminato!
Cristian è stato punito mediante una sospensione dalle lezioni.
Eppure qualche settimana fa, prima delle vacanze, il coordinatore di classe aveva parlato con sua madre che, assumendosi la responsabilità per il colpevole “distacco educativo” della famiglia, aveva promesso che avrebbe impiegato più tempo e più cura per la gestione socio-affettiva ed educativa del proprio figliolo.
Invero, nessun cambiamento è avvenuto da allora!!
I tentativi di personalizzare le attività educative e didattiche per coinvolgerlo, non hanno prodotto risultati apprezzabili e significativi per gli atteggiamenti di estraneità e di indifferenza manifestati da Cristian!
Le sue amicizie sono costituite da ragazzi alla pari, spesso pluribocciati, che vivono in famiglie collocate nelle periferie della città, diventate povere e destrutturate sul piano socio-affettivo.
Le cattive amicizie e il tempo pomeridiano e serale trascorso senza alcun custode, non lasciano presagire nulla di buono rispetto agli impegni richiesti per potersi integrare a pieno titolo nella nostra comunità scolastica.
Cristian sarà bocciato per la terza volta oppure, ancor prima, sarà per strada e ben presto diverrà un adulto inconsapevole delle leggi e delle norme che regolano la convivenza civile.
Potrà diventare un pericolo per tutti, potrà compiere atti delinquenziali gravi, nuocere alla comunità, disporsi dalla parte della malavita organizzata, manifestare indifferenza nei confronti di tutto e di tutti.
Una scuola migliore deve concentrare le sue energie migliori, le più vere, verso gli ultimi, verso gli alunni più fragili e difficili che non possono contare sul sostegno educativo costante della famiglia.
Fondi adeguati, finalizzati all’inclusione e all’integrazione, sono indispensabili per dare maggiore vigore e valore agli interventi e ai progetti pensati in tal senso.
Sono estremamente insufficienti quei fondi previsti dall’art.9 del CCNL 2007/09 per le aree a rischio e per l’inclusione degli alunni immigrati.
Naturalmente è necessario porsi il problema politico di creare nelle scuole le condizioni più opportune, strutturali e logistiche, aggiornando gli insegnanti sulle “tecniche pedagogiche” più efficaci per favorire l’inclusione e l’integrazione della diversità .
Purtroppo la scuola del primo ciclo è organizzata, specie la scuola media (il gruppo classe rigido, le classi numerose, la scuola “dei primi della classe”, la discontinuità degli insegnanti e delle materie di studio, ecc.) in termini pseudomeritocratici ( la competizione, il voto, l’esame, la prova invalsi, ecc.) per cui, nonostante gli sforzi spontanei di alcuni insegnanti, la scuola risulta, per quegli alunni come Cristian, poco accogliente, poco interessante e poco motivante.
Salvare i ragazzi più difficili, più deboli, dall’insuccesso scolastico e, conseguenzialmente, dall’insuccesso nella vita, trovare le tecniche, le strategie, le persone più adatte, più opportune, più efficaci per incidere su questa realtà, non sono cose da poco ma costituiscono il fondamento, implicito nell’idea stessa di fare scuola!
E’ troppo facile per la scuola dire: “dei ragazzi più difficili se ne occupino i genitori” senza che i genitori “ci siano” e, per la società civile, dire: “allora se ne occupi la scuola” senza che la scuola metta in atto realmente quei meccanismi di compenso necessari.
Questa ipocrisia di fondo, priva di soluzioni, va a scapito di Cristian che così rischia di farsi e ….. di farci male!
Gli insegnanti si “schierino” dalla parte dei ragazzi più deboli, più fragili, per ridare senso e valore alla scuola , quella vera! Salviamo tutti i Cristian che ci vengono affidati, riconoscendoli persone uniche, degne di valore e di stima!
Io ti salverò!
Ciao, io sono Cristian, quello bocciato
Ciao, io sono Cristian, quello bocciato
Amo il mio lavoro
martedì 17 gennaio 2012
venerdì 23 dicembre 2011
La nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni vanno sostenute e difese!Di Saverio FANIGLIULO
La nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni vanno sostenute e difese!Di Saverio FANIGLIULO
Alla luce delle recenti disposizioni legislative in materia scolastica (L.133/2008, Piano Programmatico del MIUR di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, L.169/2008), del piano di dimensionamento della rete scolastica della Regione Puglia, delle diatribe politiche che sono apparse sui giornali locali sulla fusione dell’ ex Istituto Statale d’Arte Calò con il liceo artistico Lisippo di Taranto, mi permetto di intervenire per fare alcune considerazioni.
Premesso che gli Istituti d’Arte hanno trovato fondate ragioni della loro esistenza soprattutto in luoghi dove l’artigianato artistico aveva una fiorente tradizione e formato giovani tramite esperienze laboratoriali uniche per dotazioni strumentali e competenze tecnico-didattiche, è implicito che essi costituiscono una risorsa di valore legata al territorio da preservare e potenziare piuttosto che da svilire, come appare di fatto essere il destino dei corsi di ordinamento tradizionale ( ARTE DELLA CERAMICA).
L’ ex ISTITUTO STATALE D’ARTE “ V. Calò” di Grottaglie ( oggi Liceo Artistico) nello specifico, rappresenta per il nostro Comune e per tutto il territorio della Provincia di Taranto, da oltre 100 anni dalla sua istituzione, una fondamentale risorsa culturale e un luogo “della cultura e della tradizione ceramica, del sapere e del saper fare,” che in più di un secolo di vita ha sempre confermato la grande qualità dell’offerta formativa coniugata con la storia e l’orgoglio ceramico- artigianale della nostra Comunità Grottagliese.
Nel corso degli anni l’ex Istituto d’Arte di Grottaglie ha assicurato una qualificazione professionale alle giovani generazioni, favorito la nascita di numerose piccole e medie imprese ceramico-artigiane, creato un indotto ad esse collegato nel settore della ceramica, fornito prospettive di studio e di lavoro ai nostri studenti che sono poi diventati validi ceramisti, architetti, ingegneri, designer e operatori del settore dei Beni Culturali, in particolare nella conservazione del patrimonio ceramico Negli anni la Scuola ha affrontato investimenti onerosi per le dotazioni dei Laboratori e in attrezzature specifiche (l’attuale Liceo artistico Calò di Grottaglie vanta laboratori all’avanguardia negli indirizzi di pertinenza), sia a carico dell’Istituto stesso che a carico di finanziamenti europei stanziati dai diversi PON.
Personalmente esprimo forte e motivata preoccupazione verso le soluzioni prefigurate dal progetto di riforma e dalle operazioni di dimensionamento della rete scolastica ( nelle scuole del primo ciclo si sta procedendo ad un dimensionamento che privilegia “la comprensivizzazione” forzata) ispirato più al risparmio di risorse che ad opportuni miglioramenti formativi e, ancor più, viva preoccupazione per la conseguente perdita d’identità di un Istituto d’Arte con forte tipicità specialistica all’interno di un contesto territoriale assai caratterizzato dall’indotto artigianale ceramico e per le conseguenze negative che tale snaturamento produrrebbe sul piano occupazionale ed economico del territorio, e faccio voti affinchè i cittadini, l’Amministrazione comunale e provinciale, le forze politiche, le scuole del territorio e, in primis, il personale scolastico del Liceo Artistico Calò prendano atto di quanto sopra e ad individuare misure alternative e azioni di lotta, che mantengano, in deroga alle disposizioni vigenti, la propria autonomia gestionale e amministrativa e a farsi parti attive per la salvaguardia di una tradizione artistica e artigianale del territorio comunale e provinciale che, a pieno titolo, è entrata a far parte della identità culturale del popolo Grottagliese.
Nel caso di mancato accoglimento della suddetta proposta, di considerare comunque il Liceo artistico “V. Calò” come soggetto accorpante, con dirigente scolastico e DSGA nella scuola di Grottaglie, in relazione ad altre realtà scolastiche del territorio comunale e/o provinciale.
Infine, in presenza di principi e norme imposte, ritengo come cittadino che non sia accettabile subire passivamente le scelte che vengono compiute in “alto loco” e che condizionano negativamente la nostra città , vedi la salute con la beffa e le minacce di chiusura del nostro nosocomio “ S. Marco” e, oggi, con il “ridimensionamento” inglorioso dell’Istituto d’Arte .
SAVERIO FANIGLIULO
Alla luce delle recenti disposizioni legislative in materia scolastica (L.133/2008, Piano Programmatico del MIUR di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, L.169/2008), del piano di dimensionamento della rete scolastica della Regione Puglia, delle diatribe politiche che sono apparse sui giornali locali sulla fusione dell’ ex Istituto Statale d’Arte Calò con il liceo artistico Lisippo di Taranto, mi permetto di intervenire per fare alcune considerazioni.
Premesso che gli Istituti d’Arte hanno trovato fondate ragioni della loro esistenza soprattutto in luoghi dove l’artigianato artistico aveva una fiorente tradizione e formato giovani tramite esperienze laboratoriali uniche per dotazioni strumentali e competenze tecnico-didattiche, è implicito che essi costituiscono una risorsa di valore legata al territorio da preservare e potenziare piuttosto che da svilire, come appare di fatto essere il destino dei corsi di ordinamento tradizionale ( ARTE DELLA CERAMICA).
L’ ex ISTITUTO STATALE D’ARTE “ V. Calò” di Grottaglie ( oggi Liceo Artistico) nello specifico, rappresenta per il nostro Comune e per tutto il territorio della Provincia di Taranto, da oltre 100 anni dalla sua istituzione, una fondamentale risorsa culturale e un luogo “della cultura e della tradizione ceramica, del sapere e del saper fare,” che in più di un secolo di vita ha sempre confermato la grande qualità dell’offerta formativa coniugata con la storia e l’orgoglio ceramico- artigianale della nostra Comunità Grottagliese.
Nel corso degli anni l’ex Istituto d’Arte di Grottaglie ha assicurato una qualificazione professionale alle giovani generazioni, favorito la nascita di numerose piccole e medie imprese ceramico-artigiane, creato un indotto ad esse collegato nel settore della ceramica, fornito prospettive di studio e di lavoro ai nostri studenti che sono poi diventati validi ceramisti, architetti, ingegneri, designer e operatori del settore dei Beni Culturali, in particolare nella conservazione del patrimonio ceramico Negli anni la Scuola ha affrontato investimenti onerosi per le dotazioni dei Laboratori e in attrezzature specifiche (l’attuale Liceo artistico Calò di Grottaglie vanta laboratori all’avanguardia negli indirizzi di pertinenza), sia a carico dell’Istituto stesso che a carico di finanziamenti europei stanziati dai diversi PON.
Personalmente esprimo forte e motivata preoccupazione verso le soluzioni prefigurate dal progetto di riforma e dalle operazioni di dimensionamento della rete scolastica ( nelle scuole del primo ciclo si sta procedendo ad un dimensionamento che privilegia “la comprensivizzazione” forzata) ispirato più al risparmio di risorse che ad opportuni miglioramenti formativi e, ancor più, viva preoccupazione per la conseguente perdita d’identità di un Istituto d’Arte con forte tipicità specialistica all’interno di un contesto territoriale assai caratterizzato dall’indotto artigianale ceramico e per le conseguenze negative che tale snaturamento produrrebbe sul piano occupazionale ed economico del territorio, e faccio voti affinchè i cittadini, l’Amministrazione comunale e provinciale, le forze politiche, le scuole del territorio e, in primis, il personale scolastico del Liceo Artistico Calò prendano atto di quanto sopra e ad individuare misure alternative e azioni di lotta, che mantengano, in deroga alle disposizioni vigenti, la propria autonomia gestionale e amministrativa e a farsi parti attive per la salvaguardia di una tradizione artistica e artigianale del territorio comunale e provinciale che, a pieno titolo, è entrata a far parte della identità culturale del popolo Grottagliese.
Nel caso di mancato accoglimento della suddetta proposta, di considerare comunque il Liceo artistico “V. Calò” come soggetto accorpante, con dirigente scolastico e DSGA nella scuola di Grottaglie, in relazione ad altre realtà scolastiche del territorio comunale e/o provinciale.
Infine, in presenza di principi e norme imposte, ritengo come cittadino che non sia accettabile subire passivamente le scelte che vengono compiute in “alto loco” e che condizionano negativamente la nostra città , vedi la salute con la beffa e le minacce di chiusura del nostro nosocomio “ S. Marco” e, oggi, con il “ridimensionamento” inglorioso dell’Istituto d’Arte .
SAVERIO FANIGLIULO
domenica 13 novembre 2011
martedì 14 giugno 2011
SPERO SIA FELICE!
SPERO SIA FELICE!!
pubblicata da Saverio Fanigliulo il giorno lunedì 13 giugno 2011 alle ore 20.31
Mi sembra che a più di qualcuno non sia ancora chiaro che nella scuola dell’obbligo, fino al compimento del sedicesimo anno di età, i ragazzi sono “ obbligati” a frequentare .
Come sappiamo un po’ tutti, molti ragazzi, se dipendesse solo da loro, farebbero volentieri a meno di venire a scuola.
La formazione “ obbligatoria” dei nostri figli, prevista dalla Costituzione e dalle leggi istitutive e confermative della scuola dell’obbligo, è un bene prezioso che garantisce ad ogni cittadino-persona l’esercizio consapevole dei propri diritti e dei propri doveri.
In questi giorni ho letto un articolo a proposito del rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola media dal titolo: I ritardi scolastici a 11 e 13 anni: quali i fattori di rischio
"Il ritardo scolastico è spesso il primo campanello d’allarme del “rischio abbandono”, una delle maggiori criticità della scuola italiana. Durante il periodo dell’obbligo i ritardi scolastici arrivano al 25% nei primi due anni di scuola secondaria superiore. E’, però, nella scuola media che cominciano a manifestarsi significativamente, giungendo fino al 10%, dopo essere rimasti molto contenuti alle elementari."
Qualcosa non quadra se molti ragazzi vengono scacciati precocemente dalla scuola per riversarsi per strada senza alcuna preparazione culturale e consci che la scuola non offre nulla di buono per loro!
Sono quei ragazzi che hanno alle spalle famiglie “fragili” e “difficili”, sono quei ragazzi che provengono da ambienti modesti economicamente e culturalmente.
La Costituzione riconosce pari opportunità rispetto al diritto allo studio.
Per consentire a tutti gli alunni, nessuno escluso, di esercitare in pieno questo diritto
è necessario che la scuola, attraverso i suoi operatori scolastici, predisponga un progetto educativo inclusivo che sperimenti percorsi di personalizzazione dei piani di studio e preveda spazi, tempi , strutture educativo-didattiche flessibili che favoriscano l’accoglienza , la motivazione all’apprendimento.
Purtroppo le scuole del primo ciclo rivolgono la loro “attenzione pedagogica” principalmente verso i ragazzi più “meritevoli” , tralasciando o sottovalutando i ragazzi che manifestano atteggiamenti di estraneità rispetto ai processi di insegnamento – apprendimento standard posti in essere.
Non so se succede anche a voi, non riesco più ad accettare che un ragazzo sia pluribocciato, penso che se ciò accade, la responsabilità sia da imputare ad una cattiva organizzazione della scuola, al mancato senso di accoglienza ed inclusione della diversità, ad una pessima relazione tra gli operatori scolastici, alla carenza di processi di insegnamento- apprendimento personalizzati che implichino metodologie didattiche innovative rispetto al “ solito” modo di fare scuola.
Quei ragazzi “ fragili” che vivono situazioni “difficili” in contesti demotivanti che, nonostante tutto, esprimono grande energia culturale ( voglia di fare, di sapere, di ricercare, di disegnare, di studiare…) vanno ulteriormente spinti alla motivazione , alla inclusione , al potenziamento delle loro capacità riservando per loro premi, incentivi, borse di studio, al di là del freddo “voto in decimi” che può uniformare e discriminare .
Per essere più chiaro, un preadolescente che vive in un contesto familiare e sociale “demotivante” è ovvio che deve superare più ostacoli per conseguire un livello alto di acquisizione delle competenze rispetto ad un preadolescente che vive in un ambiente “ricco” culturalmente ed economicamente.
Per creare pari opportunità ed evitare discriminazioni positive, per il suo impegno, ho pensato di dare un bel 10 tondo tondo al mio alunno “Cristian”!
Spero sia felice !
Ciao, io sono Cristian, quello bocciato
pubblicata da Saverio Fanigliulo il giorno lunedì 13 giugno 2011 alle ore 20.31
Mi sembra che a più di qualcuno non sia ancora chiaro che nella scuola dell’obbligo, fino al compimento del sedicesimo anno di età, i ragazzi sono “ obbligati” a frequentare .
Come sappiamo un po’ tutti, molti ragazzi, se dipendesse solo da loro, farebbero volentieri a meno di venire a scuola.
La formazione “ obbligatoria” dei nostri figli, prevista dalla Costituzione e dalle leggi istitutive e confermative della scuola dell’obbligo, è un bene prezioso che garantisce ad ogni cittadino-persona l’esercizio consapevole dei propri diritti e dei propri doveri.
In questi giorni ho letto un articolo a proposito del rapporto della Fondazione Agnelli sulla scuola media dal titolo: I ritardi scolastici a 11 e 13 anni: quali i fattori di rischio
"Il ritardo scolastico è spesso il primo campanello d’allarme del “rischio abbandono”, una delle maggiori criticità della scuola italiana. Durante il periodo dell’obbligo i ritardi scolastici arrivano al 25% nei primi due anni di scuola secondaria superiore. E’, però, nella scuola media che cominciano a manifestarsi significativamente, giungendo fino al 10%, dopo essere rimasti molto contenuti alle elementari."
Qualcosa non quadra se molti ragazzi vengono scacciati precocemente dalla scuola per riversarsi per strada senza alcuna preparazione culturale e consci che la scuola non offre nulla di buono per loro!
Sono quei ragazzi che hanno alle spalle famiglie “fragili” e “difficili”, sono quei ragazzi che provengono da ambienti modesti economicamente e culturalmente.
La Costituzione riconosce pari opportunità rispetto al diritto allo studio.
Per consentire a tutti gli alunni, nessuno escluso, di esercitare in pieno questo diritto
è necessario che la scuola, attraverso i suoi operatori scolastici, predisponga un progetto educativo inclusivo che sperimenti percorsi di personalizzazione dei piani di studio e preveda spazi, tempi , strutture educativo-didattiche flessibili che favoriscano l’accoglienza , la motivazione all’apprendimento.
Purtroppo le scuole del primo ciclo rivolgono la loro “attenzione pedagogica” principalmente verso i ragazzi più “meritevoli” , tralasciando o sottovalutando i ragazzi che manifestano atteggiamenti di estraneità rispetto ai processi di insegnamento – apprendimento standard posti in essere.
Non so se succede anche a voi, non riesco più ad accettare che un ragazzo sia pluribocciato, penso che se ciò accade, la responsabilità sia da imputare ad una cattiva organizzazione della scuola, al mancato senso di accoglienza ed inclusione della diversità, ad una pessima relazione tra gli operatori scolastici, alla carenza di processi di insegnamento- apprendimento personalizzati che implichino metodologie didattiche innovative rispetto al “ solito” modo di fare scuola.
Quei ragazzi “ fragili” che vivono situazioni “difficili” in contesti demotivanti che, nonostante tutto, esprimono grande energia culturale ( voglia di fare, di sapere, di ricercare, di disegnare, di studiare…) vanno ulteriormente spinti alla motivazione , alla inclusione , al potenziamento delle loro capacità riservando per loro premi, incentivi, borse di studio, al di là del freddo “voto in decimi” che può uniformare e discriminare .
Per essere più chiaro, un preadolescente che vive in un contesto familiare e sociale “demotivante” è ovvio che deve superare più ostacoli per conseguire un livello alto di acquisizione delle competenze rispetto ad un preadolescente che vive in un ambiente “ricco” culturalmente ed economicamente.
Per creare pari opportunità ed evitare discriminazioni positive, per il suo impegno, ho pensato di dare un bel 10 tondo tondo al mio alunno “Cristian”!
Spero sia felice !
Ciao, io sono Cristian, quello bocciato
giovedì 14 aprile 2011
UNA CAREZZA TI SALVERA'
Ma siamo proprio sicuri che il sistema di valutazione proposto dall’Invalsi, che si intende diffondere e far divenire prassi nel nostro Paese, sia quello giusto?
Siamo sicuri che un metodo di valutazione “snello e freddo” ( ad esempio le domande a risposta multipla e del tipo vero-falso) sia proprio quello che ci vuole per identificare i punti di criticità e valorizzare il merito e per rendere più efficaci ed appropriate le politiche educative e formative del sistema scuola?
Vorrei ,brevemente, evidenziare la solitudine affettiva di tanti ragazzi e ragazze che vivono in condizioni “disperate” a casa e a scuola.
Genitori che, per vari motivi, hanno ormai rinunciato a consolidare un vero rapporto educativo simbiontico con i propri figli che vada nella direzione dell’ascolto, del sostegno e dell’incoraggiamento.
Insegnanti che, attraverso atteggiamenti perbenistici e di distacco , considerano i propri discenti soltanto dei soggetti a cui inculcare ( il contrario di educare) un sapere che è poco formativo, che non autentica, che non dà dignità alla persona.
Come possiamo pensare di valutare in modo sereno ed obiettivo i nostri bambini e i nostri ragazzi senza tener conto del loro vissuto, della loro situazione di partenza?
La solitudine affettiva dei nostri giovani, tipica dei tempi che stiamo vivendo, è una condizione che può influenzare negativamente l’acquisizione delle conoscenze, delle abilità e delle competenze necessarie per esercitare consapevolmente i diritti e i doveri di cittadinanza attiva. La scuola deve rimettere al centro del suo ruolo civico e istituzionale il bene e il valore dell’unicità della persona.
Ho avuto modo di osservare direttamente quanto i bambini di una quarta primaria, dopo una verifica, esprimano felicità allorchè la loro maestra li gratifica con un bel voto accompagnato da un abbraccio, un sorriso, un gesto di affetto.
I bambini sono allegri, motivati, interessati, anche se, talvolta, provengono da famiglie “difficili”.
E’ proprio vero che i bambini italiani della scuola primaria sono bravi, persino nelle prove internazionali ( IEA- TIMSS).Ora ne capisco il perché.
Ho potuto constatare che i maestri e gli insegnanti hanno realmente, in molti casi, la possibilità di ridurre “i disastri” che alcune famiglie spesso compiono nei confronti dei loro bambini.
Un abbraccio, un sorriso, un gesto d’affetto potranno salvare l’umanità?
La scuola non può “ far parti uguali tra disuguali”. I discenti hanno punti di partenza differenti. Vi sono ragazzi che in “cuor loro” sono infelici, tristi , a cui manca ancora quell’equilibrio umano e culturale che consente di affrontare con più serenità e consapevolezza una prova , uniforme( fatta per tutti) e discriminante( taglia fuori i più deboli) qual è la prova Invalsi.
Non si possono “bocciare” i ragazzi infelici, che vivono una solitudine affettiva a casa e a scuola. Mettetevi nei loro panni!
Bisogna “promuoverli”, incoraggiarli e motivarli, disporsi dalla loro parte, riconoscendo e rimuovendo le loro difficoltà di partenza onde favorire comportamenti etici ispirati ai valori.
Dobbiamo fare in modo che la scuola diventi finalmente il luogo delle pari opportunità .
Se, con metodologie appropriate, si saprà infondere negli alunni la gioia di apprendere,innescando processi inclusivi positivi, specie in coloro che vivono un condizione di infelicità e di fragilità affettiva, potremo permettere a tanti ragazzi di riscattarsi riducendo così il grave fenomeno della dispersione e dell’ abbandono scolastico molto precoce.
La scuola diverrà così il luogo dell’esercizio della libertà e della democrazia autentiche.
Siamo sicuri che un metodo di valutazione “snello e freddo” ( ad esempio le domande a risposta multipla e del tipo vero-falso) sia proprio quello che ci vuole per identificare i punti di criticità e valorizzare il merito e per rendere più efficaci ed appropriate le politiche educative e formative del sistema scuola?
Vorrei ,brevemente, evidenziare la solitudine affettiva di tanti ragazzi e ragazze che vivono in condizioni “disperate” a casa e a scuola.
Genitori che, per vari motivi, hanno ormai rinunciato a consolidare un vero rapporto educativo simbiontico con i propri figli che vada nella direzione dell’ascolto, del sostegno e dell’incoraggiamento.
Insegnanti che, attraverso atteggiamenti perbenistici e di distacco , considerano i propri discenti soltanto dei soggetti a cui inculcare ( il contrario di educare) un sapere che è poco formativo, che non autentica, che non dà dignità alla persona.
Come possiamo pensare di valutare in modo sereno ed obiettivo i nostri bambini e i nostri ragazzi senza tener conto del loro vissuto, della loro situazione di partenza?
La solitudine affettiva dei nostri giovani, tipica dei tempi che stiamo vivendo, è una condizione che può influenzare negativamente l’acquisizione delle conoscenze, delle abilità e delle competenze necessarie per esercitare consapevolmente i diritti e i doveri di cittadinanza attiva. La scuola deve rimettere al centro del suo ruolo civico e istituzionale il bene e il valore dell’unicità della persona.
Ho avuto modo di osservare direttamente quanto i bambini di una quarta primaria, dopo una verifica, esprimano felicità allorchè la loro maestra li gratifica con un bel voto accompagnato da un abbraccio, un sorriso, un gesto di affetto.
I bambini sono allegri, motivati, interessati, anche se, talvolta, provengono da famiglie “difficili”.
E’ proprio vero che i bambini italiani della scuola primaria sono bravi, persino nelle prove internazionali ( IEA- TIMSS).Ora ne capisco il perché.
Ho potuto constatare che i maestri e gli insegnanti hanno realmente, in molti casi, la possibilità di ridurre “i disastri” che alcune famiglie spesso compiono nei confronti dei loro bambini.
Un abbraccio, un sorriso, un gesto d’affetto potranno salvare l’umanità?
La scuola non può “ far parti uguali tra disuguali”. I discenti hanno punti di partenza differenti. Vi sono ragazzi che in “cuor loro” sono infelici, tristi , a cui manca ancora quell’equilibrio umano e culturale che consente di affrontare con più serenità e consapevolezza una prova , uniforme( fatta per tutti) e discriminante( taglia fuori i più deboli) qual è la prova Invalsi.
Non si possono “bocciare” i ragazzi infelici, che vivono una solitudine affettiva a casa e a scuola. Mettetevi nei loro panni!
Bisogna “promuoverli”, incoraggiarli e motivarli, disporsi dalla loro parte, riconoscendo e rimuovendo le loro difficoltà di partenza onde favorire comportamenti etici ispirati ai valori.
Dobbiamo fare in modo che la scuola diventi finalmente il luogo delle pari opportunità .
Se, con metodologie appropriate, si saprà infondere negli alunni la gioia di apprendere,innescando processi inclusivi positivi, specie in coloro che vivono un condizione di infelicità e di fragilità affettiva, potremo permettere a tanti ragazzi di riscattarsi riducendo così il grave fenomeno della dispersione e dell’ abbandono scolastico molto precoce.
La scuola diverrà così il luogo dell’esercizio della libertà e della democrazia autentiche.
sabato 1 gennaio 2011
EGLI E', EGLI VALE!!
Egli è, egli vale!
Dirigere un'istituzione scolastica non è così facile come potrebbe sembrare a tutti coloro che non vivono dal di dentro i problemi della scuola.
Le competenze necessarie che un dirigente scolastico deve possedere per far fronte ai problemi quotidiani sono notevoli e diversificate.
La pluralità di impegni a cui sono sottoposti oggigiorno i dirigenti scolastici possono, in ordine di importanza, così sintetizzarsi: la decodifica e l'applicazione delle norme e delle circolari, l'organizzazione, il controllo e la gestione del personale scolastico, la gestione del progetto d'istituto e dei progetti operativi nazionali, i rapporti con l'utenza, il dsga, gli enti e le istituzioni, la gestione del fondo d'istituto e la contrattazione, la direzione degli organi collegiali, la valutazione , l'efficienza e la qualità del servizio offerto ed infine, l'educazione, l'istruzione e la formazione.
Eppure, nonostante la vastità e la complessità dei problemi, anche quest'anno scolastico, molti dirigenti esercitano un doppio incarico, la direzione della propriia scuola e la reggenza di un'altra scuola ( semmai di grado diverso), come se una non fosse sufficiente. Immagino le difficoltà a cui vanno incontro quelle scuole di oltre 500 alunni che hanno avuto la sfortuna della condivisione del proprio dirigente con un'altra scuola altrettanto numerosa.
E' altresì chiaro che, in quelle situazioni, molti carichi di lavoro di natura “ tecnica” vengono demandati ai collaboratori di presidenza e/o altre figure espresse dal Collegio ( funzioni strumentali, coordinatori dei consigli di classe e dei dipartimenti, ecc.), con sottrazione di risorse importanti finalizzate alla istruzione e alla formazione.
Crisi economica, tagli, si dirà, per cui non c'è da stupirsi se l'educazione, l'istruzione e la formazione vengono spesso collocate agli ultimi posti nella classifica degli impegni a cui deve assolvere un dirigente scolastico.
Il preside deve ritornare ad essere una figura professionale che rimetta al centro del suo mandato il senso, il significato e il valore alla proposta educativa e formativa contenuta nel progetto identitario d'istituto elaborato dal collegio dei docenti. E' fondamentale il suo coinvolgimento diretto nei vari contesti culturali, pedagogici, antropologici in cui si sostanzia il progetto d'istituto.
La ricerca “fittizia” dell'autonomia scolastica ha generato, secondo il mio modesto parere, un equivoco di fondo nel mondo della scuola: le istituzioni scolastiche dovrebbero diventare aziende-imprese in cui si attua la produzione e si confrontano con il “ mercato”.
Ciò non può essere, considerate le caratteristiche peculiari insite nei processi educativi.
Purtroppo, molti dirigenti degli istituti del primo ciclo, “inseguono” un modello di scuola in linea con criteri consoni più alle scienze economiche-giurisprudenziali che a quelli ispirati alle scienze psico-pedagogiche.
Molti docenti, aspettano con ansia l'emanazione del concorso a dirigente scolastico.
Intanto dal Nord al Sud pullulano corsi a pagamento e manuali tecnici che offrono guide orientative per prepararsi ad affrontare l'insidioso concorso.
Saranno giudicati per quel che sanno e non per quel che sono realmente:” egli è, egli vale!.”
Nessun commissario giudicante, per quanto esperto, li vedrà all'opera!
E' il caso di riflettere sul ruolo che il dirigente scolastico assumerà nei prossimi anni.
Lo dobbiamo a tutti i bambini e a tutti i ragazzi che richiedono comunità educative accoglienti in cui, a cominciare dal preside, vi siano persone ispirate ai valori, che validino significati, e che sappiano promuovere operazioni che conferiscono senso allo sviluppo e alla crescita dei soggetti in divenire.
Altro che conoscere il decreto Brunetta!
I dirigenti scolastici devono abbandonare le prassi meccaniche, ritualistiche, consuetudinarie,ma favorire il consolidarsi di un costume professionale connotato da costante autovalutazione, revisione e innovazione, attraverso il potenziamento delle competenze pedagogiche, l'ampliamento e l'affinamento delle capacità relazionali e comunicative.
E' necessario che in tutte le scuole il preside affermi ,ogni giorno, la centralità della persona quale sorgente e luogo del valore in tutti i processi educativi e formativi.
SAVIFANI
Dirigere un'istituzione scolastica non è così facile come potrebbe sembrare a tutti coloro che non vivono dal di dentro i problemi della scuola.
Le competenze necessarie che un dirigente scolastico deve possedere per far fronte ai problemi quotidiani sono notevoli e diversificate.
La pluralità di impegni a cui sono sottoposti oggigiorno i dirigenti scolastici possono, in ordine di importanza, così sintetizzarsi: la decodifica e l'applicazione delle norme e delle circolari, l'organizzazione, il controllo e la gestione del personale scolastico, la gestione del progetto d'istituto e dei progetti operativi nazionali, i rapporti con l'utenza, il dsga, gli enti e le istituzioni, la gestione del fondo d'istituto e la contrattazione, la direzione degli organi collegiali, la valutazione , l'efficienza e la qualità del servizio offerto ed infine, l'educazione, l'istruzione e la formazione.
Eppure, nonostante la vastità e la complessità dei problemi, anche quest'anno scolastico, molti dirigenti esercitano un doppio incarico, la direzione della propriia scuola e la reggenza di un'altra scuola ( semmai di grado diverso), come se una non fosse sufficiente. Immagino le difficoltà a cui vanno incontro quelle scuole di oltre 500 alunni che hanno avuto la sfortuna della condivisione del proprio dirigente con un'altra scuola altrettanto numerosa.
E' altresì chiaro che, in quelle situazioni, molti carichi di lavoro di natura “ tecnica” vengono demandati ai collaboratori di presidenza e/o altre figure espresse dal Collegio ( funzioni strumentali, coordinatori dei consigli di classe e dei dipartimenti, ecc.), con sottrazione di risorse importanti finalizzate alla istruzione e alla formazione.
Crisi economica, tagli, si dirà, per cui non c'è da stupirsi se l'educazione, l'istruzione e la formazione vengono spesso collocate agli ultimi posti nella classifica degli impegni a cui deve assolvere un dirigente scolastico.
Il preside deve ritornare ad essere una figura professionale che rimetta al centro del suo mandato il senso, il significato e il valore alla proposta educativa e formativa contenuta nel progetto identitario d'istituto elaborato dal collegio dei docenti. E' fondamentale il suo coinvolgimento diretto nei vari contesti culturali, pedagogici, antropologici in cui si sostanzia il progetto d'istituto.
La ricerca “fittizia” dell'autonomia scolastica ha generato, secondo il mio modesto parere, un equivoco di fondo nel mondo della scuola: le istituzioni scolastiche dovrebbero diventare aziende-imprese in cui si attua la produzione e si confrontano con il “ mercato”.
Ciò non può essere, considerate le caratteristiche peculiari insite nei processi educativi.
Purtroppo, molti dirigenti degli istituti del primo ciclo, “inseguono” un modello di scuola in linea con criteri consoni più alle scienze economiche-giurisprudenziali che a quelli ispirati alle scienze psico-pedagogiche.
Molti docenti, aspettano con ansia l'emanazione del concorso a dirigente scolastico.
Intanto dal Nord al Sud pullulano corsi a pagamento e manuali tecnici che offrono guide orientative per prepararsi ad affrontare l'insidioso concorso.
Saranno giudicati per quel che sanno e non per quel che sono realmente:” egli è, egli vale!.”
Nessun commissario giudicante, per quanto esperto, li vedrà all'opera!
E' il caso di riflettere sul ruolo che il dirigente scolastico assumerà nei prossimi anni.
Lo dobbiamo a tutti i bambini e a tutti i ragazzi che richiedono comunità educative accoglienti in cui, a cominciare dal preside, vi siano persone ispirate ai valori, che validino significati, e che sappiano promuovere operazioni che conferiscono senso allo sviluppo e alla crescita dei soggetti in divenire.
Altro che conoscere il decreto Brunetta!
I dirigenti scolastici devono abbandonare le prassi meccaniche, ritualistiche, consuetudinarie,ma favorire il consolidarsi di un costume professionale connotato da costante autovalutazione, revisione e innovazione, attraverso il potenziamento delle competenze pedagogiche, l'ampliamento e l'affinamento delle capacità relazionali e comunicative.
E' necessario che in tutte le scuole il preside affermi ,ogni giorno, la centralità della persona quale sorgente e luogo del valore in tutti i processi educativi e formativi.
SAVIFANI
martedì 2 novembre 2010
PROFESSORE, QUANDO ANDIAMO IN LABORATORIO?
Professore, quando andiamo in laboratorio?
pubblicata da Saverio Fanigliulo il giorno martedì 2 novembre 2010 alle ore 10.12
E' trascorso ormai molto tempo da quando, nei lontani anni '80, ebbi l'opportunità di iniziare la mia carriera scolastica in un piccolo paese di montagna del Materano. Quei ragazzi che mi vennero affidati e i loro genitori (dediti, per la maggior parte, al lavoro dei campi) ritenevano un privilegio frequentare la scuola, che veniva considerata il luogo delle pari opportunità, della formazione umana e culturale, il luogo del riscatto sociale.
La stragrande maggioranza di quei ragazzi non aveva mai visto il mare o un treno da vicino, sapevano descrivere l'alba e il tramonto, le piante coltivate in quei luoghi e gli animali domestici, la loro casa-stalla e le proprie famiglie dedite al lavoro dei campi e degli allevamenti .
Ricordo che un giorno, in quella scuola media, vi fu la visita di un ispettore scolastico che, informatosi sulle attività didattiche programmate , definì inopportune e discriminanti, rispetto alle finalità che si prefiggeva allora la scuola dell'obbligo, le attività di potenziamento in matematica e italiano predisposte in orario pomeridiano e rivolte a gruppi di alunni particolarmente meritevoli.
Ribadì che si trattava di “discriminazioni positive” attuate nei confronti dei ragazzi più in difficoltà.
Attualmente sembrano non esserci problemi di questa natura, in tutte le scuole l'offerta formativa è a vasto raggio, molto ricca di attività e progetti nei vari ambiti del sapere, finalizzati al potenziamento, al consolidamento e al recupero delle competenze chiave disciplinari e di cittadinanza, al sostegno e alla integrazione degli alunni più deboli.
Le attività più gettonate dagli alunni riguardano specialmente il potenziamento delle lingue straniere e dei saperi informatici.
Grazie ai vari progetti nazionali, alle azioni dei piani operativi nazionali ( PON), finanziati dalla FSE,un pò tutte le scuole possono predisporre, senza alcun costo per le famiglie, progetti pertinenti per consolidare e potenziare le competenze linguistiche e informatiche dei propri discenti.
Peraltro, le scuole si sono dotate di laboratori multimediali, di informatica e linguistici, ben attrezzati, finanziati da progetti nazionali e dal FESR su progetti specifici.
Tutto fa pensare che i processi di insegnamento-apprendimento siano supportati un po' dovunque dalle nuove tecnologie informatiche ( il computere, la LIM, il web....) e che i docenti curriculari, con i loro discenti, possano facilmente avere accesso ai laboratori .
In realtà non è così, nonostante l'Informatica sia obbligatoria e riconosciuta dalle indicazioni nazionali Morattiane e Fioroniane, una disciplina di studio trasversale a tutte le aree culturali, nella pratica didattica gli insegnanti avvertono molte difficoltà di accesso ai laboratori.
Professore, quando andiamo in laboratorio? E' la domanda che frequentemente viene rivolta dai ragazzi ai propri professori.
L'accesso facilitato ai laboratori di Informatica è consentito però solo ad alcuni esperti e a quei pochi professori “tecnologi “che,in virtù di un lasciapassare ai più sconosciuto, violando il principio sacrosanto delle pari opportunità e gratuità della scuola dell'obbligo, fanno un uso privatistico dei laboratori organizzando corsi di informatica, facendo pagare un prezzo in denaro alle famiglie premurose di far “emergere” precocemente i propri figli nell'ambito delle tre I berlusconiane ( sic!!)
Tutto sembra in ordine, invero quello che colpisce è il fatto che nei processi di insegnamento-apprendimento curricolari la stragrande maggioranza degli alunni non ha accesso significativo ai laboratori di informatica, per cui temo fortemente che “il fattore tecnologico” possa costituire oggi un elemento di discriminazione nei confronti di molti docenti e alunni che si vedono confinati così nelle loro solite aule, con la solita lezione frontale, lavagna e gesso.
Non sarà mai ribadito a sufficienza che il successo formativo dei discenti è condizionato al realizzarsi di un clima interumano, al realizzarsi di una vera comunità educativa, per la quale sia apprezzato, difeso ed esaltato uno stile di convivenza che pone la persona al centro di ogni esperienza di senso.
Non può essere ignorato che, oltre le intenzioni, è importante vedere se le qualità processuali dell'azione educativa introducono e promuovono una “situazione comune” in grado di garantire a tutti gli alunni pari opportunità formative senza alcuna discriminazione palese o occulta.

La stragrande maggioranza di quei ragazzi non aveva mai visto il mare o un treno da vicino, sapevano descrivere l'alba e il tramonto, le piante coltivate in quei luoghi e gli animali domestici, la loro casa-stalla e le proprie famiglie dedite al lavoro dei campi e degli allevamenti .
Ricordo che un giorno, in quella scuola media, vi fu la visita di un ispettore scolastico che, informatosi sulle attività didattiche programmate , definì inopportune e discriminanti, rispetto alle finalità che si prefiggeva allora la scuola dell'obbligo, le attività di potenziamento in matematica e italiano predisposte in orario pomeridiano e rivolte a gruppi di alunni particolarmente meritevoli.
Ribadì che si trattava di “discriminazioni positive” attuate nei confronti dei ragazzi più in difficoltà.
Attualmente sembrano non esserci problemi di questa natura, in tutte le scuole l'offerta formativa è a vasto raggio, molto ricca di attività e progetti nei vari ambiti del sapere, finalizzati al potenziamento, al consolidamento e al recupero delle competenze chiave disciplinari e di cittadinanza, al sostegno e alla integrazione degli alunni più deboli.
Le attività più gettonate dagli alunni riguardano specialmente il potenziamento delle lingue straniere e dei saperi informatici.
Grazie ai vari progetti nazionali, alle azioni dei piani operativi nazionali ( PON), finanziati dalla FSE,un pò tutte le scuole possono predisporre, senza alcun costo per le famiglie, progetti pertinenti per consolidare e potenziare le competenze linguistiche e informatiche dei propri discenti.
Peraltro, le scuole si sono dotate di laboratori multimediali, di informatica e linguistici, ben attrezzati, finanziati da progetti nazionali e dal FESR su progetti specifici.
Tutto fa pensare che i processi di insegnamento-apprendimento siano supportati un po' dovunque dalle nuove tecnologie informatiche ( il computere, la LIM, il web....) e che i docenti curriculari, con i loro discenti, possano facilmente avere accesso ai laboratori .
In realtà non è così, nonostante l'Informatica sia obbligatoria e riconosciuta dalle indicazioni nazionali Morattiane e Fioroniane, una disciplina di studio trasversale a tutte le aree culturali, nella pratica didattica gli insegnanti avvertono molte difficoltà di accesso ai laboratori.
Professore, quando andiamo in laboratorio? E' la domanda che frequentemente viene rivolta dai ragazzi ai propri professori.
L'accesso facilitato ai laboratori di Informatica è consentito però solo ad alcuni esperti e a quei pochi professori “tecnologi “che,in virtù di un lasciapassare ai più sconosciuto, violando il principio sacrosanto delle pari opportunità e gratuità della scuola dell'obbligo, fanno un uso privatistico dei laboratori organizzando corsi di informatica, facendo pagare un prezzo in denaro alle famiglie premurose di far “emergere” precocemente i propri figli nell'ambito delle tre I berlusconiane ( sic!!)
Tutto sembra in ordine, invero quello che colpisce è il fatto che nei processi di insegnamento-apprendimento curricolari la stragrande maggioranza degli alunni non ha accesso significativo ai laboratori di informatica, per cui temo fortemente che “il fattore tecnologico” possa costituire oggi un elemento di discriminazione nei confronti di molti docenti e alunni che si vedono confinati così nelle loro solite aule, con la solita lezione frontale, lavagna e gesso.
Non sarà mai ribadito a sufficienza che il successo formativo dei discenti è condizionato al realizzarsi di un clima interumano, al realizzarsi di una vera comunità educativa, per la quale sia apprezzato, difeso ed esaltato uno stile di convivenza che pone la persona al centro di ogni esperienza di senso.
Non può essere ignorato che, oltre le intenzioni, è importante vedere se le qualità processuali dell'azione educativa introducono e promuovono una “situazione comune” in grado di garantire a tutti gli alunni pari opportunità formative senza alcuna discriminazione palese o occulta.
Manipolare.....
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